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SESTO AL REGHENA - CORDOVADO - CHIONS -
TAIEDO
(Pn)
SESTO AL REGHENA
  Il toponimo indica il luogo della sesta pietra miliare della strada consolare romana che da Concordia Sagittaria portava al passo di Monte Croce Carnico.
Furono due o forse tre fratelli longobardi (Erfo, Marco e Anto), figli di Pietro duca del Friuli, a determinare la fortuna del sito, con la fondazione intorno alla metà del secolo VIII dell'Abbazia di Santa Maria, detta "in Sylvis", cioè in mezzo
ai boschi. L'Abbazia, assieme all'annesso Monastero retto dai Benedettini, oltre che centro di spiritualità e di lavoro (sotto il motto "ora et labora"), divenne nei secoli, grazie a numerose donazioni, potenza temporale ed ecclesiastica, soggetta solo al Patriarca di Aquileia.
Il visitatore, dopo aver passato una prima torre e attraversato il quieto e ben conservato borgo medioevale, vi accede attraverso un torrione del X sec. Rinforzato dall'abate Giovanni Grimani nel 1541 e già munito di ponte levatoio, sulla cui parete campeggia il Leone marciano, simbolo di Venezia.
Sulla piazza, recentemente risistemata, si erge la torre di vedetta, oggi campanile, resto di imponenti fortificazioni
e risalente al 1050. Un arco alla sua destra portava nei locali del monastero, oggi scomparso. A sinistra sorge l'edificio della Cancelleria, che all'interno conserva lacerti di affreschi e sulla cui facciata austera sono leggibili aperture a bifora e quadrifora. Sul lato destro della piazza, la residenza degli abati, ampliata in epoca rinascimentale e riportante alcuni loro stemmi, è adibita
a Municipio. Il suggestivo, articolato e per vari aspetti originale complesso abbaziale consta di vari ambienti: loggetta, sala udienze, sala museale, vestibolo, atrio, chiesa, cripta, salone superiore. Risale al Mille, dopo che
le devastazioni ungariche danneggiarono seriamente il primitivo edificio, e venne arricchito nei secoli successivi. Dal portale della facciata (che presenta affreschi duecenteschi dell'Arcangelo Gabriele e di San Benedetto e il drago ed eleganti trifore) si accede nel vestibolo e poi nel più ampio atrio, impreziositi da affreschi quattrocenteschi (fra cui scene del Paradiso e dell'Inferno), con soffitto ligneo del 1400. Sono ivi collocati vari reperti lapidei, urne, sinopie e affreschi staccati.
Si entra quindi nella chiesa, di stile romanico-bizantino, con impianto longitudinale a tre navate scandite da supporto alternato pilastro-colonna, copertura a capriate lignee, presbiterio sopraelevato terminante in tre absidi semicircolari all'interno e chiuse all'esterno da muro rettilineo, transetto non esorbitante e alto tiburio. L'intera zona presbiteriale è decorata da un organico ciclo di affreschi di scuola giottesca, risalenti al secondo e terzo decennio del Trecento, con Storie della Vergine, di San Giovanni evangelista, San Pietro, San Benedetto e un Albero della Vita ricco di simbologia. Sulla sottostante cripta, ricostruita agli inizi del secolo sulla base di eloquenti tracce del primitivo impianto romanico, sono collocati la preziosa urna marmorea detta di Santa Anastasia, di epoca longobarda (sec. VII-VIII), l'altorilievo tardoduecentesco dell'Annuciazione e un Vesperbild (Pietà) del primo Quattrocento. Il salone superiore dell'Abbazia, ora destinato a mostre e ad altre finalità culturali, conserva invece l'affresco cronologicamente più antico, un San Michele della metà del XII secolo.

La piazza accoglie in periodo estivo un'importante stagione concertistica che richiama molti appassionati e turisti. Vi si rappresentano anche opera teatrali in lingua e dialetto. Da Sesto, dopo aver passato il popoloso borgo di Bagnarola, è consigliabile raggiungere i suggestivi e nieviani mulini di Stalis, e il Borgo della Siega, complesso collegato alle attività produttive dell'Abbazia.
 
CORDOVADO
L'atmosfera di quiete e bellezza di Cordovado rimanda ancor oggi alle splendide pagine delle Confessioni del Nievo. Il tessuto urbano è ben conservato sia nella suggestiva parte medioevale, evidente nella doppia fossa con mura e due porte, sia nel Borgo nuovo sorto in epoca rinascimentale. Gli insediamenti umani più antichi,
sono attestati da elementi di un castelliere protostorico, mentre il toponimo è composto dal latini "curtis" (suddivisione amministrativa con poderi e case e talora castello e chiesa) e "vadum", guado (friul. Vat, da cui Cordovat). Nei suoi pressi passava infatti un ramo del più grande fiume friulano. Il castello, che sorge probabilmente prima del Mille, era di diretta pertinenza dei Vescovi di Concordia, ma fu uncendiato dai Veneziani nel 1418, due anni prima della loro conquista. Al suo posto, protetti dalla vecchia cinta e dalle porte originarie, furono eretti il grande palazzo Freschi-Piccolomini, tuttora ben conservato dal casato, e i palazzi Agricola e Bozza, (già Rodolfi, potenti gastaldi per generazioni). Il Duomo fi costruito poco fuori le mura nel 1477 in stile romanico-gotico e presenta un'abside affrescata da un tolmezzino ed altri lacerti coevi.
Data l'ottima acustica, vi si tengono dei concerti.
Nel borgo nuovo invece merita una visita il Santuario della Madonna delle Grazie, gioiello d'arte barocca veneziana risalente agli inizi del '600 e unico del suo genere in Friuli. L'aula principale è a pianta ottagonale, chiusa in alto da uno splendido soffitto intagliato da due artisti di Motta di Livenza e con dorature di Cataldo Ferrari; gli ovati raffigurano Sibille e Profeti e sono attribuiti ad Antonio Carneo.
Il Santuario è impreziosito da quattordici tele, da affreschi (Filippo Zaniberti), stucchi e un
pregevole coro ligneo. Presso il Santuario, Palazzo Cecchini, acquisito e restaurato dal Comune, ospita un'ampia biblioteca, mostre d'arte e varie iniziative culturali.
Begli afferschi del XV sec. Sono emersi nell'Oratorio di santa Caterina.
Appena fuori dal paese oltre la linea ferroviaria (e già in comune di Sesto), la fontana di Venchieredo, recentemente oggetto di ripristino ambientale, con le sue limpide e fresche acque sorgive in un'oasi di verde, reimmerge il visitatore in alcune tra le più belle pagine letterarie dell'Ottocento italiano, oltre che nelle riflessioni del Nievo sull'amore e sul mondo morale.
La prima domenica di settembre Cordovado rivive il passato con la Rievocazione Storica in costume e un Palio fra i vari rioni.
 
CHIONS
La zona conserva nelle strutture ortogonali delle vie e dei campi i segni inequivocabili della centurazione dell'Agro di Julia Concordia, compiuta a partire dal 41 a.C. dai Romani tra Livenza e Tagliamento. Tra decumani e kardines che componevano un regolare disegna, il territorio comunale di Chions ha mantenuto sino a tempi recenti la vocazione agraria. Numerosi sono infatti i toponimi prediali romani e quelli successivi medievali legati alla coltivazioni o all'allevamento. Il toponimo principale, attestato da un "Villa Caum", dell'anno 1072, seguito da "de Chaone" e "de Caons"
  nel '200, invece non è certo e varie ipotesi sono state avanzate (da "Cucutia", da "Cagocius" o da "Cavus"). Nei secc. XIV e XV Chions apparteneva ai Signori Panigai, Villotta e Torrate agli Sbrojavacca. Su Chions è documentata l'esistenza di una centa, rilevabile soprattutto nel settore nord-est, con un terreno tuttora rialzato di circa 250 metri. L'attuale campanile sarebbe dunque la trasformazione di un'antica torre.
La Chiesa parrocchiale, dedicata a san giorgio, fu costruita nel XV secolo, consacrata nel 1538 e ha subìto nel corso dei secoli vari
rimaneggiamenti. Nel corso degli ultimi decenni le pareti hanno restituito molti affreschi rimasti per secoli coperti da intonaco e risalenti tra la fine del Quattrocento e la seconda metà del Cinquecento, fra cui più raffigurazioni di Madonna con bambino, vari santi (S. Giovanni Battista, S. Giorgioe il Drago, S. Bovo, S. Biagio, S. Sebastiano, ecc.).
I frescanti, non ancora identificati, fanno parte di una cerchia includente il Bellunello, Pietro da San Vito e Pietro da Vicenza. A quest'ultimo, collaboratore di Gianfrancesco da Tolmezzo, è attribuito il ciclo, discretamente conservato, della vicina parrocchiale di Basedo (vi si ammirano fra gli altri una Madonna Incoronata con gli angeli ed oranti, una Madonna con Bambino e S.S. Bartolomeo, Floriano e Giovanni B. e altri Santi).
 
TAIEDO
(fr. Loc. Taéit, fitotoponimo dal latino "tilia", indicativo di un bosco di tigli), oggi frazione di Chions, dipendeva da San Vito e quindi dal Patriarca di Aquileia. Nel 1367 il Patriarca Marquardo conferiva l'investitura di un maso a Sindrico di Sbrojavacca, mentre la costruzione dell'attuale
Chiesa dedicata a S. Andrea e il campanile risalgono al 1420. Purtroppo agli inizi del '900 sono stati demoliti il coro e l'abside con quanto vi contenevano. Sulla facciata esterna, sopra il portale, un affresco, piuttosto deteriorato, propone le figure di
S. Andrea e S. Pietro. Tracce di affreschi decorativi sono visibili negli archetti ciechi in tutto il perimetro esterno. La festa del patrono si celebra il 30 novembre. Piatto tradizionale è rhata e gialìna (anatra e gallina). Taiedo è riportata nei libri di storia per una fiera controversia fra il Patriarca Giovanni Grimani e la Repubblica di Venezia inerente i diritti sul suo feudo, che apparteneva a un ramo della famiglia Altan estintasi in quegli anni. Per comporla intervennero il Papa e i Re di Francia e di Spagna. Sotto il regno di sisto V la vertenza fu sanata coll'espediente, trovato dal Senato veneto, di far dono di quel feudo al Sommo Pontefice.
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